Loss Program Weight

Psiconline ADV

Dott. Alessandro Fortunato
Arianna Ciamarone


Psiconline®
Settore Advertising
Tel. 085 817699 int.44

 

Contatto Skype
Il mio stato

 

Lunedì / Venerdì
ore 10 -18.30

Chiama per qualunque
esigenza di tipo pubblicitario!
Siamo a tua disposizione
per consigliarti ed aiutarti!

Negli orari in cui non siamo presenti in sede, inviaci una email a:

Psiconlineadvmini

Ti risponderemo al più presto!

 

Psicologo? Psicoterapeuta?

Il tuo nome non può mancare.

Non puoi non farti conoscere da chi ha bisogno della tua professionalità.

Scopri le proposte che ti abbiamo riservato

Home Area Pubblica Bugia, Fantasia, Negazione, Vergogna?

pubblicità

Bugia, Fantasia, Negazione, Vergogna?

bg-bugie-bambini-bimbomarket
Quando la bugia interviene nel corso di una relazione, costituisce sempre un elemento di disturbo e turbamento. Avvertire che l’altro ci sta mentendo, con prove o meno certe, insinua un’ombra di sospetto e sfiducia, che incrina inesorabilmente quel rapporto.
Lo incrina perché ci disorienta, non sappiamo chi è colui che ci sta davanti, che ci fornisce una certa immagine di sé. Cosa di tutto quello che ci rimanda, è vero? Cosa di quello che ci vuol dare ad intendere, è reale? Quanto sono sincere le emozioni, la simpatia, l’attenzione, le parole, che ci sta rivolgendo? Cosa noi, rappresentiamo per lui/lei? A cosa dobbiamo credere? La realtà in quel momento è incerta, instabile e inafferrabile, non abbiamo sicurezze e ci sentiamo senza strumenti, di fronte a questa persona rivelatasi sconosciuta.

La bugia del bambino disorienta ancora di più il genitore, che si trova a doverla gestire malgrado lui. Ma a differenza della relazione con un adulto che mente, che spesso si chiude o si limita in quantità, tempo, fiducia, in questo caso ci troviamo a non poter far a meno della relazione stessa, per amore, per necessità, per responsabilità, ecc. Qui, si crea la prima difficoltà, di origine emotiva.
Molto spesso, l’idea di aver a che fare con un figlio moralmente non adeguato suscita così tanta ansia (non sempre consapevole e riconosciuta), da produrre un’attribuzione di valore rispetto alla sua condotta, a volte prematura e inesatta. Immediatamente si affacciano alla mente domande come: “Che individuo è diventato mio figlio?”, “Chi è?”, “In cosa ho sbagliato?”
E spesso tutto questo termina con un “Bugiardo!”, pieno di disprezzo, rabbia e paura. E la relazione comincia a incrinarsi, la persona comincia a distanziarsi, s’insinua il dubbio ed il tacito sospetto. E quando questa persona è nostro padre e/o nostra madre, è un vero dramma!
Cerchiamo di togliere un po’ di pesantezza a questa condotta e proviamo ad addentrarci in questo tunnel sconosciuto. Partiamo da una semplice definizione, proveniente da uno dei tanti vocabolari della lingua italiana: “la bugia consiste nell’affermazione volutamente contraria alla verità”.
L’elemento fondamentale consiste nella volontarietà, ovvero dall’intenzione di affermare una cosa al posto di un’altra. Questa consapevolezza è fondamentale per poter distinguere la bugia da altri meccanismi, come l’errore, l’atto di sbadataggine, la negazione, ecc. E soprattutto ci permette di osservare con maggiore rilassatezza e con una visione maggiormente ampia, la condotta (verbale e non) del bambino.
Uno dei problemi di fondo infatti, consiste nel valutare i bambini con lo stesso metro usato nei confronti degli adulti, attribuendogli responsabilità, consapevolezza, intenzionalità, che non hanno e non possono avere. L’imitazione persistente infatti, porta il bambino a copiare spesso la condotta, i modi di fare e di dire, lasciando intravedere una consapevolezza che non c’è. Ad una data azione infatti, non corrisponde necessariamente tutto il processo che noi presumiamo ci sia, sulla base della nostra quotidianità. Solo l’esterno, la parte più visibile ed esplicita è analoga (un comportamento, una frase, un modo di dire), non ciò che ci sta sotto.
Quindi la prima domanda da porsi è: “Cosa sta facendo questo bambino?” “Cosa sta dicendo?” “Che intenzioni ha?” “Con quale significato, sta facendo tutto questo?” Cosa ci sta comunicando?

Ritornando alla definizione, si deve prima di tutto valutare se il piccolo ha consapevolezza, se sta operando un’omissione o distorsione volontaria della realtà.
Bisogna ricordare che il bambino non possiede la consapevolezza, lo sviluppo cognitivo ed emotivo dell’adulto, per cui i mezzi a sua disposizione ed i meccanismi messi in gioco, sono profondamente diversi da ciò che conosciamo.
Partiamo dal fatto che, il bambino è caratterizzato da onnipotenza ed egocentrismo.
Quando si parla di onnipotenza, ci si riferisce alla mancata separatezza fra realtà e fantasia, ovvero il bambino non distingue fra ciò che pensa e ciò che realmente accade, può accadere o che sa far accadere. Sotto la spinta dell’onnipotenza, è convinto che basta pensare un evento perché si verifichi, come se la sola forza del pensiero lo rendesse realizzabile.


L’egocentrismo come esposto da J. Piaget (vedi Petter), si riferisce al processo che il bambino attua nel mettere sé stesso al centro dell’universo, ma come già detto, non nel senso di un atteggiamento presuntuoso o prepotente, bensì come processo in sintonia con l’onnipotenza.  Detto in modo più semplice e sbrigativo, vede la realtà dalla propria prospettiva, in base a ciò che è lui e a ciò che gli capita davanti concretamente, incontrando difficoltà a pensare ribaltando la prospettiva, a zoommare indietro e in avanti, a vedersi parte di un processo più ampio. Tenere a mente un oggetto o un evento, anche quando non è lì presente davanti a lui, non è semplice e scontato, ma richiede un processo di interiorizzazione di quell’oggetto, diventato immagine, che può essere mentalmente e astrattamente manipolata, come in passato lo era stato l’oggetto concreto. Imprimere per così dire, un’immagine nella propria mente, poterla manipolare, archiviare, recuperare successivamente e ancora utilizzare in base alle esigenze, comporta un processo mentale assai complesso.mamma_rimprovera_120x120


Ora cerchiamo di applicare tutto questo al concetto di verità o bugia, capiamo bene che non è così ovvio che una certa espressione, implichi la trasmutazione intenzionale della realtà. L’intenzionalità infatti, prevede che vi sia piena capacità e consapevolezza. Fin tanto che il bambino non sa distinguere fra realtà e fantasia e non sa spostarsi mentalmente su prospettive diverse, non sa immedesimarsi nell’altro, non sa tenere a mente ciò che non è più percettivamente presente, non può dire bugie come le intendiamo noi. Dirà delle cose non vere, ma non per ingannare intenzionalmente, ma perché ritiene che il solo fatto di desiderare una cosa, la renda vera o perché non riesce ad allargare l’orizzonte e vedere ciò che dice e che fa, nella prospettiva della relazione con gli altri e del possibile effetto.

Il realismo morale (Piaget) del resto, ci mostra ancora una volta questo processo. Nei suoi studi Piaget, aveva ideato una serie di ricerche, che andavano ad indagare lo sviluppo del giudizio morale. In uno dei suoi esperimenti aveva verificato che fino a 5-6 anni i bambini ritengono ad esempio che fra due bambini che abbiano parimenti preso di nascosto la stilografica del padre, compie un errore più grande il bambino che fa una macchia d’inchiostro più grande. Si parla di realismo morale nel senso che, i criteri di valutazione della condotta, sono rappresentati dalle conseguenze visibili, per cui è la macchia più grande crea una colpa più grande e non l’atto in sé di aver sottratto indebitamente un oggetto. Parimenti, in altri esperimenti in cui si chiedeva il giudizio sulle bugie, emerge che per i bambini piccoli, è più grave dire bugie all’adulto piuttosto che ad un altro bambino, perché l’adulto se ne accorge più facilmente o perché l’adulto è più importante del pari, è “sacro”, un’autorità. Il bambino cioè ci mostra di essere incapace di formulare concetti astratti sulle regole morali, sulle regole relazionali e di vita.
Riflettiamo sul perché non si devono dire bugie. Non perché lo diciamo noi, non perché lo prescrive la morale, l’etica o il buon gusto, ma in quanto espressione di mancanza di presa responsabilità di sé, delle proprie idee e azioni (dalle piccole alle grandi) e conduce alla rottura della fiducia dell’altro, della relazione, fatta di reciprocità e costruzione. Tutto ciò, comporta una serie di acquisizioni cognitive, emotive, relazionali complesse ed articolate, che giungono ad una fase di totale e matura acquisizione, solo con l’età adulta.
Anche se si parla di un’età di 6-7 anni come termine di confine per l’inizio di acquisizioni cognitive, che superino l’egocentrismo, l’onnipotenza ed il realismo morale, la cosa è molto sfumata. In realtà già prima di quest’età, vi sono i prodromi di queste abilità e quindi le prime forme di bugie, che non sono ancora piene e definitive. Inoltre, a 6-7 anni i confini non sono ancora netti, non sempre egocentrismo e onnipotenza sono superati pienamente, a favore di una completa reversibilità (a 8-9 anni circa) e di un pensiero ipotetico-deduttivo (10-11 anni).

Queste quindi, le premesse per definire bugia, una non verità.

Stabilito se siamo o meno di fronte ad una bugia, passiamo alla seconda fase: chiederci perché. “Perché sta mentendo?” “Con quale scopo?” “Cosa sta capitando nel suo mondo?”
Se da una parte l’adeguata valutazione dello sviluppo cognitivo, ci impedisce di classificare erroneamente una condotta, dall’altra conoscerne la causa, ci permette di affrontare quella data condotta, più serenamente e adeguatamente.
A questo proposito si deve tener presente che il bambino si trova a dover scegliere assai presto, nella sua vita concreta appariranno velocemente la necessità di decisioni su quale direzione prendere, dalle piccole alle grandi cose (quale giocattolo preferire, quale cibo mangiare, con quale persona giocare, dove andare, ecc.).
In questa serie quotidiana e infinita di scelte, c’è una grande incognita: faccio ciò che desidero io o ciò che i genitori mi dicono di fare? Seguo o no, un divieto genitoriale?
Qualunque sarà la direzione scelta, dovrà rinunciare ad una parte di sé, o rinuncia a ciò che desidera o rinuncia alla gratificazione di un’aspettativa genitoriale. In base a quali forze spingono per determinare una data scelta, ancor più della scelta in sé, il bambino si troverà in una situazione di rabbia, frustrazione e angoscia oppure di sufficiente serenità. Che scelga per l’una o l’altra cosa poco importa, importa ancor di più se lo fa per amore, per contrapposizione, per sfida, per paura, ecc.


Capite bene come la stessa azione può condurre a condizioni emotive ben diverse, di conseguenza ad un assetto interno particolarmente sereno o ansiogeno. Ciò determinerà il bisogno all’eventuale utilizzo di meccanismi di difesa e strategie, per ritrovare un sufficiente equilibrio. La negazione e la “bugia” possono essere due strumenti importanti, per ricreare l’equilibrio perso.
Si esprime il bisogno inconsapevole di negare una parte della realtà, per la propria sopravvivenza emotiva. Con questo strumento, il bambino può escludere che i genitori lo rifiuterebbero se fallisse, può fingere di non aver ragione, di non provare soddisfazione per un bel voto o per l’approvazione genitoriale, può “cancellare” un conflitto intollerabile, ecc.
Quindi non si tratta tanto di nascondere agli altri la propria realtà (questo poi di riflesso avviene), ma principalmente di nascondere a sé, qualcosa che non si riesce a digerire.
La bugia può essere di vari tipi, può assumere più la forma della negazione, ad esempio mentendo a sé circa l’aspettativa genitoriale, circa la competizione e lotta con loro, ecc. Ma può anche assumere la forma della vera e propria bugia, dove mente su ciò che ha fatto o detto, per incapacità a sostenere la propria scelta, ad esempio dirà di aver studiato, anche se non l’ha fatto, per difficoltà a esprimere in modo aperto il conflitto con i genitori, per timore di avere la loro disapprovazione, ecc. In questo secondo caso, la bugia è più rivolta agli altri, il bambino sa cos’ha fatto, ma non riesce ad affermarlo di fronte a loro, non sa darsi il diritto alla propria scelta.

Questo ci ricorda in modo chiaro quanto sia importante comprendere la natura della menzogna, la causa. Il perché di una data bugia fa molta differenza, prima di tutto fornisce una certa razionalità, un senso ed un controllo a quanto sta capitando. Ciò è fondamentale per i genitori, che di fronte alle bugie, soprattutto alle prime bugie del figlio, si trovano spiazzati, spersi, spaventati e proiettandosi nel futuro, vedono già un “figlio delinquente o disonesto”.
Il perché inoltre, ci permette di capire cosa sta succedendo a nostro figlio, quali sono le sue dinamiche interne e quali quelle esterne, in relazione con noi e con l’ambiente più allargato. Infine, ci permette di intervenire con ragion di causa, in modo mirato, consapevole ed appropriato.
Capire cosa sta succedendo nel mondo interno di nostro figlio, nella sua relazione con noi infatti, permette di non intervenire con punizioni, rimproveri, accuse e litigi, ma di andare oltre il fatto in sé e per sé, usandolo come mezzo. Punire e rimproverare per una bugia, attribuisce ancora più peso e valore alla bugia stessa, creando un possibile circolo vizioso che va ad alimentarla. Il bambino si sentirà incompreso e pieno ei rancore, la bugia diventa un’arma rispetto alla relazione, proprio perché tanto intollerabile e irritante, per il genitore.
Comprenderne le ragioni e andare ad incidere su quelle ragioni, fa sì che la bugia venga vista e trattata come un sintomo, come uno strumento inappropriato, per esprimere una sofferenza, non come il problema in sé.
Generalmente, ciò che il bambino vive come intollerabile, al punto da doverlo nascondere o camuffare con la menzogna, corrisponde a ciò che i genitori vivono come intollerabile. Se i genitori non riescono ad accettare l’immagine di un figlio diverso da quanto loro si aspettano (sano, di successo, bello, simpatico, ecc.), questi a sua volta, più o meno consapevolmente, non potrà accettare di presentarsi loro con delle discrepanze, diverso da ciò che loro desiderano. Allora dovrà creare un mondo alternativo, diverso da quello in cui vive quell’immagine che non gli appartiene, un mondo dove si sente veramente sé stesso. Bugia, fantasticheria e negazione, diventano i mattoni di questa dimensione.
Nella realtà questa dinamica non è sempre così visibile e possente, ma spesso assume dei contorni più usuali, accettabili, subdoli. Pensiamo ad esempio alla difficoltà ad accettare che i piccoli rifiutino certi cibi, che non sentano il desiderio di baciare i propri cari, di fare le cose che fanno i familiari, di volere andare all’asilo o a scuola, di amare l’acqua, ecc. Insomma, talvolta sotto forme educative usuali e apparentemente appropriate, si nascondono delle forti paure e di conseguenza, la mancata accettazione.

Erik Berne amava dire in modo chiaro che se si vuole creare una certa condotta, basta dargli l’etichetta contraria, ovvero se vogliamo un bambino dipendente dobbiamo dirgli che è un ribelle, attivando così forze contrapposte, conflitti e sensi di colpa, che portano proprio ad un legame indissolubile. Perché in realtà l’etichetta è contraria solo in apparenza, la ribellione infatti è un atto di grande dipendenza, l’individuo non agisce in base a ciò che sente, ma in base a ciò che è opposto all’indicazione genitoriale, quindi il punto di riferimento non è lui, ma loro! Non ciò che lui desidera, ma l’opposto di quanto loro vogliono, quindi pur sempre ciò che loro prescrivono o vietano.
Alla stessa stregua pensiamo che definire un bambino bugiardo e rimarcare le sue azioni come bugia, non porta certo a creare sincerità, ma bugia!
Lo stesso vale per l’adolescente, troppo spesso giudicato per la sua condotta esterna, per la ribellione continua, l’opposizione sfinente, il negativismo, il rifiuto, la confusione, l’incertezza, ecc. L’adolescente, più che mai sta cercando la definizione di sé, non solo come individuo, ma come individuo semi-adulto, come persona che deve fare delle scelte, prendere in mano la propria vita, occuparsi del proprio ruolo e delle proprie responsabilità. E non è certo facile!

orizzonte
Per raggiungere la meta, è necessario agire e guardarsi allo specchio, osservare le reazioni del mondo, necessarie come informazioni di ritorno. Ecco perché l’aggressività e la sfida costituiscono una costante, perché mirano proprio ad elicitare delle risposte chiare, pertanto rassicuranti, che fungano da confini e linee guida.
Non sempre è facile, non sempre ha la forza di guerreggiare da mattina a sera, non sempre sente di dover procedere da solo, senza conferme, accudimento e coccole, tipiche del bambino. Non sempre, l’adolescente si sente così spavaldo da sfidare tutto e tutti, presentando sé come individuo “giusto”. Pertanto la bugia può rappresentare una sorta di alleggerimento momentaneo, una sorta di falso adeguamento alle aspettative. Un occasionale strumento di respiro emotivo, insomma. Ben diversa la condizione in cui, diventa un comportamento cronico, ma anche qui sarà importante comprendere le cause e le origini, perché ciò rappresenta una spia rispetto ad una situazione particolarmente conflittuale per lui, o la possibile espressione di una strutturazione di personalità, nella direzione su detta.
Nonostante la nostra confusione e disorientamento, paura e rabbia, più che a punizioni, ammonimenti ed etichette, dobbiamo ricorrere alla sospensione di giudizio, all’osservazione e alla comprensione.
Del resto siamo noi che ci facciamo confondere, dando potere all’altro (piccolo o grande che sia), tralasciando la fiducia in noi e nelle nostre sensazioni. Facciamo in modo che ciò che siamo, ciò che sentiamo, dipenda da ciò che dice l’altro, da ciò che pensa, ecc. In realtà, noi siamo ciò che siamo, qualunque verità o bugia l’altro ci propini.
La nostra condotta onesta porterà ad onestà e sincerità. Dove onestà significa essere e stare, significa fare i conti con noi stessi, con le nostre spinte, i desideri, i malumori, i conflitti, con ciò che ci proponiamo e ciò che emerge nell’atto effettivo.

Onestà significa mettersi in discussione, almeno provarci, significa riconoscere di aver sbagliato, riconoscere la diversità e la libertà, che comporta il diritto di lasciar che tutto sia ciò che è, che i bambini siano ciò che sono e che gli adolescenti vadano per la loro strada!
L’onestà più grande che possiamo regalare loro, risiede nella possibilità di non vergognarsi mai di sé stessi!
Se insegniamo con la forza dell’amore e del legame, anziché con la forza del diritto, della prepotenza e della morale, la vergogna non troverà terreno fertile. Non ci sarà un giudizio con cui confrontarsi e da cui nascondersi, ma “verità di vita”.

Tratto da Psiconline.it



Pubblicità

I cookie ci aiutano a fornirti i nostri servizi.Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Maggiori informazioni