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Psicoterapia: solitudine, questa sconosciuta

solitudineOgnuno ha la sua solitudine. Non parlo dello stare da soli, ma del sentirsi soli, quel vissuto emotivo che emerge anche in mezzo alla gente. Ogni solitudine ha il suo significato e per ognuno il sentimento di solitudine prende forme diverse: per alcuni è la percezione di un mondo ostile, negativo e indifferente per altri è il non avere punti di riferimento, per alcuni è il non riuscire a esprimere le proprie idee, per altri è la percezione di un abbandono vissuto o reale, per alcuni è percepire il punto di vista degli altri come non in linea con il proprio, per altri è una percezione di vulnerabilità e fragilità.

 

La solitudine è l’esperienza di sentirsi separato dagli altri. E’ un senso di estraneità e non appartenenza. E’ non condivisione. Per alcuni solitudine è sinonimo di insicurezza, autosvalutazione, per altri è il recupero delle forze e momento di creatività. Ogni aumento di autonomia produce inevitabilmente un aumento del sentimento di solitudine. La solitudine è uno stato d’animo che può riguardare tutti in qualche fase della vita. Ogni età ha la sua solitudine. In tenera età è in relazione a quanto le figure di accudimento sono in grado di cogliere i bisogni del bambino e regolare in maniera coerente la presenza e la cura. E’ l’aumento di vulnerabilità ai pericoli ambientali. Nella fanciullezza può essere la paura di allontanarsi dalle figure di riferimento, o l’evitamento sociale per i più svariati motivi. In adolescenza la solitudine è un sentimento che compare quando si diventa capaci di riflettere su se stessi, di guardarsi dentro, quando si prende consapevolezza dei cambiamenti in corso, quando si abbandonano le certezze dell’infanzia e della fanciullezza senza averne ancora di nuove. La solitudine è una grande sofferenza e nello stesso tempo una grande risorsa. Ritirarsi in solitudine, chiudersi in se stessi, è un modo fisiologico di rigenerarsi.

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